Un pò di storia

FORTE TENAGLIA
NOTIZIE TRATTE DAL SITO “ SANPIERDARENA.NET” DI EZIO BAGLINI

 

1) Sotto il governatorato francese (genn/1798) (Napoleone in Egitto - a Genova si crea il Direttorio Esecutivo –affiancato da un Corpo legislativo che approva una Costituzione), i cittadini e contadini, causa i provvedimenti presi dal governo giacobino (non solo mantenimento delle truppe francesi, come se fossero in stato occupazionale e non fraterno: abitazioni gratis, fieno, viveri; ma soggetti a vere e proprie ruberie, prepotenze ed angherie) e sobillati da alcuni religiosi e da maneggioni che indicavano nei rivoluzionari francesi gli annientatori della religione e dei loro benefici (il concetto imposto per secoli di riconoscere il potere solo ai ricchi signori o nobili, e quello del vantaggio di essere parte della servitù nelle ville, o di essere concessionario nei possedimenti con a disposizione la terra altrui da cui trarre sostentamento, era ben radicato ed universalmente accettato, duro a scalzare o almeno ad essere ridimensionato), si ribellarono ed occuparono il forte Tenaglia (e lo Sperone, con dei bastioni adiacenti, punti chiave della cinta difensiva della città e con
possibilità di sparare direttamente nel centro). Fu l’arcivescovo stesso, Lercari, che - accompagnato dai cittadini Balbi, Vaccarezza, Corvetto, Zino - si recò sulle mura per assicurare gli 8mila armati che la religione non correva alcun pericolo, che si ponessero fine alle violenze, che i beni di tutte le chiese  sarebbero stati conservati intatti, e che avrebbero usufruito tutti di amnistia. Gli insorti non se ne stettero e si rinforzarono; allora il generale Leonard Duphot – comandante militare della Rep.Ligure - alle ore 20 iniziò l’attacco con 6mila soldati, riconquistando per prima san Benigno e nella notte (del 6 sett) i forti, andando all’arma bianca, e causando gravi perdite ai contadini inesperti e mal guidati.


2) Il 22 apr. 1800 un reggimento austriaco tentò un attacco superando le linee francesi tra SPd’Arena e Rivarolo, e giunse a passo di corsa fino al ponte levatoio della Lanterna: la reazione genovese-francese dal forte Tenaglia e Belvedere fu violenta, e costrinse gli imperiali a rientrare oltre il Polcevera: ma il gen. francese Gazan riferì che durante il combattimento, alcuni abitanti di SPd’A avevano sparato dalle finestre sui suoi soldati uccidendone uno che era rimasto colpito sulla strada. Questo attacco, determinò la decisione di coordinare una eventuale ritirata in caso di sopraffazione, convergendo su forte Tenaglia, dal quale si sparò a lungo il 27 apr. a copertura di una spedizione di ricognizione affidata da Massena al gen.Cassagne: dopo una iniziale vittoria, i cannoni di Coronata risposero al fuoco, costringendo i francesi a rientrare entro le mura. Il 30 apr. gli austriaci tentarono un assalto da ogni lato, sostenuti dalla squadra navale inglese che si era schierata da Spd’A a Sturla: il generale Bussy, superato il Polcevera a guado, attaccò i francesi nel nostro borgo e li
costrinse a ripiegare, ma la linea dei forti era sicura garanzia di tenuta per gli assediati francesi di Massena, e lo scontro finì così nel nulla se non lasciando morti e feriti; nello steso giorno, il cap.Ugo Foscolo si comportava da eroe presso i Due Fratelli. Il 2 giugno Massena inizia le trattative di resa. Il 4/giugno avvenne la firma sul Ponte. Fu dal forte Tenaglia (e dallo Sperone e Due Fratelli), che il 5 giu., dopo la resa, che le ultime truppe francesi evacuarono la città, sfilando poi tra i reggimenti austriaci schierati in San Pierd’Arena in attesa di entrare in città - ove restarono però  pochi giorni, fino alla battaglia di Marengo del 18/giugno 1800-.

3) Il forte TENAGLIA. Si può salire a sinistra, fino al Tenaglia, posto su un promontorio naturale a 217m. slm., più volte aggiornato alle sempre nuove tecniche ed armi di guerra. Fronteggia tutta la val Polcevera, contrasta le offese dalla collina di Coronata (troppo spesso in mano nemica). Esisteva nel pianoro una cinquecentesca costruzione, composta da 2 torri a bastione, laterali ad un lungo muro a recinto rettangolare, fortificato da altri 4 bastioni
intermedi, comunemente chiamata “bastia di Promontorio, o di Prementone”; assieme alla omonima di Peralto ed il Castellaccio, nel 1500, difendeva il ponente della Repubblica, dall’alto. Si descrive fosse composta da due torri incluse in un recinto rettangolare.
Finauri ha trovato – da scritti di analisti - di che farla risalire a prima del 1478 quale ‘bastione’ (forse, più propriamente ‘bastia’, considerato che essa viene descritta come ‘piccola fortificazione ... nei pressi della città, di carattere provvisorio, e di solito a forma di Torre, costruita in legno, pietre e terra).
Nel 1625 sotto minaccia dell’esercito franco savoiardo, il frate Pier Francesco da Genova, evidenziò per scritto al Senato l’importanza strategica di questa
fortificazione –ancor piccola ma in posizione dominante rispetto Coronata, la Polcevera, la spiaggia san pier d’arenese ed il mare. E così, inizialmente, seguendo le indicazioni di padre Maculano, fu risparmiata durante la costruzione della settima ed ultima cerchia di mura, ma lasciandola fuori del tracciato murario. Solo in un secondo tempo l’architetto, padre Fiorenzuola, suggerì agganciarsi ad essa, e di ‘fare tenaglia’ – o meglio in termini tecnici- fare “un’opera a corno”, tra l’opera progettata e la base della bastia, modificandola.
Così, nel 1633, al termine dell’erezione delle mura, fu atterrata la bastia praticamente spianandola escluso quel poco necessario e sul crinale stesso fu progettato il completamento a forma di L, di becco di tenaglia, con ovvio ruolo secondario di controllo su tutta la Valpolcevera. Sul pianoro, negli anni 1642-51, venne edificata questa struttura avanzata ma pur sempre e solo appendice, attaccata alle mura da una strada protetta da due muri paralleli, ad opera di Giovanni Spinola e con la sovraintendenza ai lavori di G.B.Poissevier: capace di tenere sotto controllo sia la linea muraria - chiamata “nuove mura” - compresa tra porta degli Angeli e la Lanterna¸ sia soprattutto la Valpolcevera e la collina di Coronata (su quest’ultima si sarebbero potuti assestare i cannoni degli attaccanti, come poi in effetti avvenne nel 1746-7 nell’assedio austriaco con i fatti del Balilla; ma il DeSicre avendo rafforzato i parapetti, seppe prevenire gli effetti di questo evento pericoloso). Chi lo descrisse in quegli anni stimò “ottima la sua posizione e, comeché circondata da rupi molto
scoscese, l’accesso esteriore vi riesce difficoltosissimo oltre che dal fuoco della piazza attorno che impedirebbe di stabilirvisi anche se gli riuscisse impadronirsene”.
Nel 1796, arrivò a dirigere i lavori l’ing. Giacono Brusco. Il Brusco, architetto savonese, lavorò – nel primo lustro di carriera - agli ordini del comandante
della Fortezza locale (restano di lui le piantine di Vado e di Massimino) e con commissione di privati, quali i della Rovere per la loro cappella di casa. L’inizio
fu tutto in salita, non solo come uomo (chiamato ‘bruschetto’ perché era piccino e magro) ma come impiegato: assunto nel 1758 quale aiuto tenente (a quei tempi non corrispondente al grado di ufficiale quale ora, ma di più semplice soldato) nel corpo degli Ingegneri; e solo lo zelo e tenacia gli fecero superare anni di stenti.
Abbiamo che era a Chiavari nel 1764 quale aiuto del capitano Ferretto col compito di indagare sulle disastrose condizioni della Aurelia “per dove passano i
Corrieri della Ser.ma Rep.ca e quelli di Francia...”; poi verso Parma per una strada commerciale verso il mare; e quindi a Genova nel 1768 quando fu pubblicato
un suo libro “Description del beautés de Gênes et de ses environs...”. Nel 1773 fu incaricato dal doge Cambiaso per progettare ne ‘la vallée de Polcevera’ una
strada ‘cambiaggia’. Solo nel 1770 compare col grado di tenente e con i titoli di Accademico di Merito (all’Accademia Ligustica) a seguito di una delle tante
controversie di confine (tra Genova e il re di Sardegna). E saranno i lavori presso privati (Doria, Spinola, Grimaldi, Cambiaso) ad inserirlo in posizioni di prestigio, sia come progettista che come definitore di proprietà (è datato 1781, il progetto di nuova strada sampierdarenese, da quella del Ponte a san Martino in rettifilo. Tramite il suo operare di ‘precisino’ nel disegno e negli spazi nonché nelle prospettive - durato mezzo secolo al servizio della Repubblica (e di privati), nel periodo a cavallo tra 1700 e 1800 - solo all’ultimo i suoi meriti saranno ampiamentericonosciuti con promozione militare ai gradini massimi (nel 1792 tenente colonnello; colonnello e comandante di Battaglione) e legione d’Onore (istituita da pochi anni da Napoleone e lui uno dei primi 25 ad esserne fregiati). Egli ampliò e restaurò i locali interni, fece aprire una nuova e più capace polveriera (da allora la zona fu detta “spianata delle bombe”), lo sopraelevò di un piano, mantenendolo in piena efficienza negli anni austriaci della fine del 1700 e francesi dell’inizio 1800 con un corpo di guardia fisso che però non fu capace di respingere gli insorti antifrancesi nel 1797: asserragliati nel forte, furono debellati dal generale francese Duphot, come già detto sopra.
Risalirebbe a quest’epoca il ‘mistero-leggenda’ che si celerebbe all’interno del forte: un “tesoro di Napoleone” qui celato in attesa di essere portato in Francia e poi mai trasferito né trovato (o forse trovato dalle maestranze che ristrutturarono l’edificio in epoca dei Savoia, ma mai trapelato nella verità). Lo stesso rimbalzerà alla cronaca delle leggende, nel 1970 (vedi sotto).
Dal 1816, ad opera del Genio Militare Sardo essendo Genova divenuta suddito dei Savoia, e ancora nel 1829, a testimonianza dell’importanza che veniva data a questa ganascia di tenaglia che si sporge come tale a nord del borgo sottostante, si perfezionarono ulteriormente e radicalmente le sue caratteristiche trasformando la struttura in un vero e proprio forte: elevando le cortine perimetrali fu ottenuto un terrapieno – sempre a forma di L - completamente autonomo, chiudendolo in un unico muraglione a recinto, con al centro la caserma. Furono eseguiti continui aggiornamenti, sulla caserma (due piani interrati), su una galleria (di collegamento sotterraneo con le mura), un ponte levatoio (per il collegamento di superficie). Il personale contava da 80 a 100 soldati; il munizionamento prevedeva sette cannoni da 32, due obici lunghi, due petriere, due mortai; con ampio rifornimento (23,8mila chili di polvere, 3150 granate a mano).
Queste opere si prestano – a seconda dei punti di vista - a differenti interpretazioni: una, valuta che esse erano mirate non solo alla difesa ma anche a favorire la aggregazione paesana al nuovo regime regio, genericamente avversato, tramite un incremento di lavoro per la popolazione locale, come mano d’opera per i lavori e per i servizi. Ma altra versione, valuta che già dal 1815 Torino non si fidava di Genova, annessa forzatamente dopo astuti trattati con l’Inghilterra; di conseguenza non solo vi aveva posto una guarnita piazzaforte militare concomitante ad una massiccia militarizzazione del territorio e ad un regime poliziesco capillare, ma anche e soprattutto una enorme e sproporzionata opera di ripristino delle fortificazioni per opera del Genio Sardo, con cannoni rivolti più alla città che ad un improbabile invasore.
Ancora nei moti del marzo-aprile 1849 contro i piemontesi, il forte fu occupato da dei rivoltosi comandati da Giuseppe Avezzana (un piccolo Garibaldi: anche lui irrequieto e scomodo personaggio, condannato a morte da Carlo Felice, esule ma rivoltoso anche nelle Americhe, ricondannato a morte per questi moti, divenuto ministro della guerra nella repubblica Romana, generale nell’impresa dei Mille, infine deputato al parlamento); fu riconquistato dalle truppe regie per tradimento di un ambiguo torinese, finto rivoltoso, che riuscì - sobillando gli insorti e promettendo salva la vita agli arresi - a sostituirsi al comando e quindi lasciar entrare i bersaglieri guidati dal capitano Covone senza colpo ferire: ad essi fu favorita la scalata delle mura calando dall’alto delle corde. Il rendiconto storico fu stilato dall’Alizeri. I tempi non erano ancora maturi per una Italia unita. Fuori dei momenti di guerra, le spese ingenti impedirono di tenere in efficienza tutte le opere create a difesa, le quali ovviamente andavano a deteriorarsi ed a divenire obsolete; anche la fornitura di munizionamento richiedeva continui costosi aggiornamenti, che il bilancio comunale poneva sempre in ultimo piano, favorendo la decisione dell’abbandono. Con la prima guerra mondiale, il cui fulcro era spostato sui territori orientali, sia il munizionamento sia le spese vive di manutenzione furono spostate verso il fronte, lasciando abbandonata tutta la struttura.

In previsione del nuovo conflitto mondiale, il regime mise in atto nuove piazzole in cemento armato per cannoni da contraerea da 88/56 affidati a quel ramo della Milizia; cosicché nel conflitto 1940-45, il forte fece da supporto solo ad una batteria antiaerea, venendo colpito, bombardato ripetutamente e subendo così gravi danni, soprattutto la caserma centrale che fu distrutta e le mura del versante del mare diroccate in parte anche se ormai quasi raggiunte dal cimitero. Dopo l’8 settembre ‘43 l’area fu occupata dai soldati tedeschi. È di questo periodo l’episodio svelato più tardi, nel 1970 circa, quando un anziano soldato tedesco è tornato nel forte a cercare qualcosa nascosto in quell’epoca e segnato con una mappa cartacea. Per il vecchio soldato tedesco, la difficoltà di accedere all’interno fu superare la burocrazia, essendo allora il forte sotto tutela del Genio Militare- Ministero della Difesa; non ci riuscì, malgrado una certa insistenza che fece sollevare tanti quesiti: “cosa cerca?” (documenti, armi, soldi, ricordi personali?) e che non trovò risposta in quanto – dopo aver promesso di tornare – mai più fu rivisto.
L’Esercito ha dismesso definitivamente l’utilizzo del forte nel 1979.

Nel 2011 si legge di un progetto, firmato da seri professionisti locali, mirato a far
ospitare nella struttura un parco per ragazzi.
Ma, nel frattempo, l’abbandono sta facendo passi avant
i.